La riscossa dei vitigni rari quasi dimenticati. Una vera gioia per i cultori del vino

Nunzio Zeccato
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Vitigni
Sono oltre 500 vitigni autoctoni ufficialmente riconosciuti in Italia. Uno straordinario patrimonio di diversità che nessun altro Paese può vantare. Tra questi si annoverano: il Biancolella a Ischia, il Cesanese nel Lazio, la Tintilia in Molise. E ancora l’Asprinio di Aversa, il “grande, piccolo vino” descritto da Mario Soldati, con la sua tipica coltivazione ad alberata; il Nasco, antichissimo vitigno a bacca bianca che nell’entroterra di Cagliari ha trovato il terreno ideale, e molti altri ancora. In Francia il 90% dei vigneti è coperto da soltanto una ventina di varietà, considerate “internazionali” conosciute a livello mondiale tra cui: Chardonnay al Merlot e il Pinot Noir.

Autoctoni sono naturalmente pure il Sangiovese, il vitigno a bacca nera più coltivato in Italia. Nelle sue numerose varietà con cui si producono, tra gli altri vini, il Chianti Classico o il Brunello di Montalcino – o il Nebbiolo – principe delle Langhe, da cui nascono il Barolo e il Barbaresco – così come il Fiano, l’Aglianico del Vulture, il Nero d’Avola, la Barbera, il Verdicchio o la Ribolla Gialla. Uve, queste appena citate, che godono di grande notorietà anche fuori dai confini e che sono familiari a qualsiasi appassionato di vino.

Diversa la sorte di molti altri vitigni nei decenni passati. Abbandonati, dimenticati o espiantati a favore di altri più comuni e riconosciuti dal mercato, in altre parole “di moda”. E spesso non perché dessero vini meno buoni ma perché magari di difficile coltivazione, di scarsa resa o poco resistenti alle malattie, e dunque non adatti al fabbisogno agricolo. Oggi, per fortuna, molti wine lovers cercano e celebrano nuovamente l’unicità e l’identità territoriale e così si stanno progressivamente studiando e rivalutando tante produzioni tipiche.

Vitigni vesuviani

Complicato da lavorare è il Caprettone, vitigno vesuviano (entrato nel registro nazionale solo nel 2014) che in passato è stato spesso confuso con il Coda di Volpe e usato per tagliare la Falanghina. Chi invece l’ha capito sono diversi viticoltori vesuviani che hanno investito in questa specialità. 

Vitigni siciliani

Anche la Sicilia vanta una grande ricchezza ampelografica. Dall’Etna, naturalmente, dimora del Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio e Carricante. Territorio protagonista della nouvelle vague della viticoltura siciliana, alla zona del ragusano. Un territorio dove è protagonista il Frappato, vitigno che, insieme al Nero d’Avola, contribuisce all’unica Docg della regione, il Cerasuolo di Vittoria. Ma è in purezza che si possono apprezzare tutte le caratteristiche – profumi intensi e fruttati, freschezza e versatilità negli abbinamenti – di questo vitigno di cui si trovano testimonianze già nel 1600.

Ecco perché gli autoctoni vanno scoperti, studiati, tutelati e valorizzati: rappresentano la ricchezza enologica italiana che il mondo ci invidia, sono vini che esprimono la simbiosi con il terroir e sono l’antidoto ideale all’omologazione del gusto.

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